Signore e Signori,

coloro che il penultimo giovedì erano presenti alla conferenza stampa della Consigliera federale Karin Keller-Sutter lo hanno sentito: la legge sulle armi non viene inasprita, ma «modificata» ossia «adattata». Gli «adattamenti» riguardano miglioramenti delle prescrizioni per la marcatura delle armi e «cambiamenti amministrativi per l’accesso a determinate armi semiautomatiche». E l’obiettivo di tali «cambiamenti amministrativi» è impedire gli «abusi con le armi» in generale.

Sono tutte belle frasi, che hanno un solo difetto: sono false dal principio alla fine. E di una falsità tale che mi fanno tremare, non solo come tiratore, ma anche come cittadino e parlamentare – si tratta pur sempre del mio Governo, che mi «informa» così!

Per prima cosa vediamo quali sono i retroscena di questi inasprimenti della legge. La Direttiva UE sulle armi, che adesso dovremmo recepire, viene legittimata adducendo la lotta al terrorismo. A pagina 2 della sua proposta del 18 novembre 2015 per la revisione della sua Direttiva sulle armi, la Commissione UE fa esplicito riferimento a quattro serie di attentati terroristici islamici. Si tratta precisamente: del doppio attentato alla redazione di «Charlie Hebdo» e al negozio di alimentari kosher «Hyper Cacher» a Parigi nel gennaio 2015; del doppio attentato di Copenaghen a un convegno critico con l’Islam e alla grande sinagoga nel febbraio 2015; della strage fortunatamente sventata sul treno Thalys per Parigi dell’agosto 2015; e infine degli attentati del 13 novembre 2015. Quando lo scorso maggio il Consiglio nazionale ha dibattuto la Direttiva, si è parlato (posso assicurarvelo di prima mano, c’ero anch’io…) di lotta al terrorismo e non di abusi. Anche nella stampa non si è mai parlato di abusi in generale, bensì degli atti terroristici menzionati.

Lo ripeto, Signore e Signori: si tratta di lotta al terrorismo. E che si tratta di lotta al terrorismo potevate leggerlo fino a fine gennaio anche nel sito dell’Ufficio federale di polizia. Il fatto che adesso improvvisamente Consiglio federale e fedpol parlino di prevenire gli abusi e non più di combattere il terrorismo, è dovuto a un motivo molto semplice: nei mesi passati non abbiamo fatto altro che spiegare che per commettere gli attentati summenzionati non è stata impiegata nemmeno un’arma acquistata legalmente. Evidentemente nel DFGP più di uno ha provato qualche brivido alla schiena.

Adesso qualche parola in merito agli inasprimenti, ossia da una parte alle prescrizioni sulla marcatura e, dall’altra parte, ai «cambiamenti amministrativi per l’accesso alle armi», come li chiama la Confederazione. Quanto alle prescrizioni per la marcatura, dico solo questo: le armi che i due commandos terroristici hanno utilizzato per assassinare 129 persone al Bataclan e in diversi ristoranti di Parigi erano copie di kalashnikov automatici prodotte in Iugoslavia e contrabbandate per mezza Europa, più precisamente del tipo Zastava M70. In base ai numeri di serie delle armi, la Zastava (il produttore), è stata in grado di indicare nel giro di poche settimane per ognuna di queste armi la data e il luogo di produzione, la data di fornitura, il numero della lettera di vettura e così via.1 Se adesso voleste sapere quali ulteriori marcature avrebbero dovuto esserci su queste armi per evitare queste stragi bestiali, malgrado tutta la mia buona volontà non potrei proprio aiutarvi.

Passiamo ora ai cosiddetti «cambiamenti amministrativi concernenti l’accesso alle armi»: equivalgono né più né meno a un disarmo. E questo lo sa anche il Consiglio federale. L’ho già detto: la Commissione UE legittima gli inasprimenti della legge facendo riferimento a una serie di attentati, per i quali non è stata utilizzata nemmeno un’arma legale. E cosa esige come misura contro tali crimini? Esige, cito: «che si prendano provvedimenti immediati per inasprire le attuali norme sull’accesso [legale] alle armi da fuoco e sul loro commercio.»

Signore e Signori, in tutti gli Stati firmatari di Schengen sono soltanto i cittadini incensurati che hanno diritto a detenere armi. Adesso però, per impedire crimini gravissimi con armi di contrabbando e di per sé già proibite, si vuole inasprire l’accesso alle armi da parte di tutti i cittadini ligi alla legge. Ci sono due varianti per spiegare questa situazione. O la Commissione UE ha agito secondo scienza e coscienza, ma in seguito a un attacco di disattenzione ha stupidamente confuso un pochino causa, effetto e obiettivo delle sue richieste di inasprimento. Oppure la lotta al terrorismo è soltanto un pretesto per disarmare i privati cittadini. Quale delle due varianti sia quella giusta si può constatare dando un’occhiata alla Direttiva, che è stata elaborata sulla base della proposta della Commissione. La Direttiva inasprisce l’«accesso alle armi» mediante una distinzione – assolutamente insostenibile dal punto di vista tecnico – fra armi semiautomatiche con caricatori di capacità «elevata» e armi semiautomatiche con caricatori di capacità «normale». Adesso le armi con caricatori grandi dovrebbero essere proibite. La nota piccante: soprattutto per le armi lunghe il limite fissato è tanto basso – 10 colpi – che praticamente tutti i normali modelli di armi sono colpiti dal divieto.

Inoltre – e questo viene tenuto nascosto per ovvi motivi dal Consiglio federale e dalla maggioranza del Parlamento – la Direttiva include con l’articolo 17 anche un meccanismo di valutazione e controllo molto particolare. Ogni cinque anni si dovrebbe verificare l’efficacia delle disposizioni della Direttiva. Se si constatasse un’efficacia insufficiente, si dovranno promulgare nuovi «cambiamenti» e in particolare – il testo lo specifica esplicitamente! – «riguardo alle categorie delle armi da fuoco permesse e proibite». In altre parole ciò significa: ogni cinque anni si dovrà verificare di nuovo se la limitazione del diritto dei cittadini ligi alla legge alla detenzione di armi sia sufficientemente efficace per prevenire gravi crimini con armi contrabbandate dall’ex blocco orientale. Signore e Signori il risultato di tali verifiche lo conoscete già, anch’io lo conosco già e anche il Consiglio federale lo conosce già. Nel suo messaggio sul progetto il Consiglio federale scrive che può essere considerato il risultato degli sforzi della Svizzera «il fatto che il progetto sia stato attenuato in molti punti, nonostante la Commissione europea avesse difeso con veemenza le proprie richieste in sede di dibattito. La direttiva ad esempio non contempla più il divieto assoluto per privati di detenere le armi da fuoco più pericolose (armi automatiche e semiautomatiche) o l’introduzione di esami medici e psicologici obbligatori quale requisito generale per l’acquisizione e la detenzione di armi da fuoco.»

Perché, Signore e Signori, il Consiglio federale non parla mai di questi notevoli e bei successi dei suoi negoziati? Perché invece si sente parlare soltanto della presunta eccezione per le armi di ordinanza? È molto semplice: perché il Consiglio federale, come ho già detto, sa che l’articolo 17 costituisce de facto un meccanismo di inasprimento automatico. Perché sa che con il prossimo giro di inasprimenti non sarà più in grado di proibire il divieto assoluto dei semiautomatici per i privati cittadini né i testi psicologici obbligatori su tutto il territorio nazionale.

Nel caso di un SÌ il 19 maggio i semiautomatici normalmente reperibili in commercio saranno proibiti immediatamente. Nello sport tradizionale del tiro oltre l’80% delle armi sono colpite dal divieto, nel tiro dinamico sono ancora di più. Il privato perde il diritto all’acquisto e alla detenzione di tali armi, perché per qualcosa di proibito si può ottenere un’autorizzazione eccezionale, ma ovviamente non esiste il diritto a qualcosa di proibito. E fra 3–8 anni arriverà poi il divieto totale dei semiautomatici. Allora i fucili d’assalto e le pistole dovranno essere consegnati allo Stato e il nostro tiro apparterrà al passato. Qui rimando a Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione UE. Alla fine del 2016, quando il testo della Direttiva era pronto, ha affermato in una conferenza stampa: «Abbiamo combattuto tenacemente per un progetto ambizioso (…) Naturalmente avremmo voluto andare ancora più in là, ma confido che l’attuale progetto costituisca una pietra miliare nel controllo delle armi da fuoco nell’UE.»2

Signore e Signori, le pietre miliari non si trovano alla meta, ma da qualche parte lungo il percorso e il controllo non è la lotta al terrorismo o la prevenzione degli abusi, bensì il potere sul modo di vivere e la condotta delle persone controllate. E a coloro, che malgrado tutto sostengono che nessuno sarà disarmato, vorrei porre un’ultima domanda: «Allora perché le associazioni di tiratori, cacciatori e milizia sostengono compatte il referendum?»

Berna, 25 febbraio 2019
Werner Salzmann, Co-presidente del Comitato referendario, Consigliere nazionale e Presidente dell’Associazione bernese sportiva di tiro

 


1 Fonti: 1) RAPPORT FAIT AU NOM DE LA COMMISSION D’ENQUÊTE relative aux moyens mis en œuvre par l’État pour lutter contre le terrorisme depuis le 7 janvier 2015, tome 2: http://www.assemblee-nationale.fr/14/rap-enq/r3922-t2.asp 2) Kalaschnikows für Terroristen. Waffenschmuggel in Europa: https://www.zdf.de/dokumentation/zdfinfo-doku/kalaschnikows-fuer-terroristen-110.html (insbes. Minuten 38-40.)

2 Commission européenne – Communiqué de presse : Armes à feu : accord sur la proposition de la Commission pour augmenter la sécurité des citoyens http://europa.eu/rapid/press-release_IP-16-4464_fr.htm (siehe auch deutsche Übersetzung)

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