Prima parte: Schengen non è in pericolo

«La minaccia con Schengen è veramente bizzarra. La decisione sul mantenimento dell’Accordo è una decisione politica, non giuridica. L’UE ha ogni interesse a che la Svizzera resti nello spazio di Schengen.»

Dr. Andreas Burckhardt, membro di comitato di economiesuisse e membro del comitato referendario nazionale

Perché un NO il 19 maggio non comporterà l’esclusione da Schengen

Esclusione da Schengen a causa del mancato recepimento della Direttiva UE? Nel 2019 il Consiglio federale ha affermato: «Qualora la Svizzera non recepisca o trasponga [uno sviluppo dell’acquis di Schengen] nel suo diritto interno, gli accordi relativi a Schengen e Dublino cessano automaticamente di essere applicabili al nostro Paese, a meno che il Comitato misto non decida altrimenti entro 90 giorni. In questo comitato sono rappresentati la Svizzera, la Commissione europea e tutti gli Stati membri dell’UE. La decisione di proseguire la collaborazione deve essere presa all’unanimità. […] Un no [il 19 maggio] metterebbe automaticamente fine a questa collaborazione, poiché non è plausibile che tutti gli Stati membri dell’UE e la Commissione europea vengano incontro alla Svizzera entro il breve termine previsto.» (Libretto esplicativo per la votazione del 19 maggio 2019, pagg. 40, 45)

In base a queste spiegazioni del Consiglio federale, in caso di NO il 19 maggio l’esclusione della Svizzera sarebbe una questione puramente formale. Infatti si parla di un’esclusione «automatica», malgrado sia prevista una possibilità di evitare tale esclusione.

Se queste spiegazioni sono corrette, significa che nel 2005 il popolo con il suo SÌ all’Accordo di Schengen ha dato all’UE una specie di assegno in bianco per tutti i settori legali toccati da tale Accordo (fra i quali anche la legislazione delle armi). Di conseguenza, in base a tali spiegazioni la Svizzera può sì «dire la sua» nell’elaborazione di una Direttiva UE, ma per quanto concerne il risultato non ha scelta: per restare nello spazio di Schengen deve recepire il testo della direttiva così come deciso. Infatti il Consiglio federale scrive: «... non è plausibile che tutti gli Stati membri dell’UE e la Commissione europea vengano incontro alla Svizzera entro il breve termine previsto.»

Però: se è chiaro fin dall’inizio che in caso di rifiuto di una Direttiva l’UE nessuno ci viene incontro, perché si è inserita nel testo dell’Accordo l’opzione di poterlo continuare? E soprattutto: nel 2005 abbiamo veramente dato all’UE un assegno in bianco? Con il nostro SÌ all’adesione a Schengen abbiamo effettivamente voluto accettare ogni e qualsiasi Direttiva UE rientrante nel campo di applicazione dell’Accordo, indipendentemente dalle disposizioni ivi contenute, secondo la regola «Accetta o ti buttiamo fuori!»?

Esclusione da Schengen a causa del mancato recepimento della Direttiva UE? Nel 2004/2005 il Consiglio federale ha affermato: «Se la Svizzera non riprendesse un atto o una misura [dell’acquis di Schengen], le due parti si impegnano a cercare una soluzione pragmatica. Nel caso estremo, il rifiuto di una nuova normativa comporterebbe la disdetta dell’Accordo.» (Messaggio del Consiglio federale concernente l’approvazione dei «Bilaterali II», 1° ottobre 2004) «Un comitato referendario teme restrizioni incisive nel nostro diritto sulle armi. Questo timore è ingiustificato [...] Come oggi, chi intenderà acquistare un’arma non dovrà fornire alcuna prova della necessità.» (Libretto esplicativo per la votazione sull’Accordo di Schengen del 5 giugno 2005)

Dal messaggio del Consiglio federale che nel 2004 ha negoziato l’Accordo di Schengen risulta chiaramente:

  • La continuazione dell’Accordo dopo la mancata trasposizione di una Direttiva UE da parte della Svizzera non è stata considerata solo una possibilità reale, ma addirittura una procedura standard e un caso normale. La mancata trasposizione di una Direttiva da parte della Svizzera è stato considerata generalmente anche come una differenza di interessi, la cui importanza, rispetto all’interesse comune di continuare l’Accordo, è secondaria.
  • L’esclusione della Svizzera era prevista soltanto nei «casi estremi», ossia in caso di differenze gravi e insormontabili.
  • La decisione della permanenza (nel caso normale) o dell’esclusione (nei casi estremi) dovrebbe essere preceduta dalla ricerca di soluzioni pragmatiche.
  • La partecipazione alla ricerca di soluzioni pragmatiche era considerata per l’UE non un’opzione, bensì un obbligo.

Il fatto che la continuazione dell’Accordo in caso di mancata trasposizione di una Direttiva UE da parte della Svizzera è da considerare il caso normale, si evince esplicitamente dalle assicurazioni del Consiglio federale in merito alla legge sulle armi.

In particolare l’assicurazione che, in seguito all’adesione a Schengen, l’introduzione della «clausola del bisogno» (ossia la trasformazione del diritto al possesso di armi in un privilegio che devono concedere le autorità) non sarebbe stata necessaria rende palese che la Svizzera non ha dato all’UE un assegno in bianco. Invece bisogna dire questo: se il Consiglio federale non avesse saputo che il rifiuto di tali inasprimenti porta allo scenario «caso normale» – ossia alla continuazione dell’Accordo mediante una soluzione pragmatica –, non avrebbe assolutamente potuto dare un’assicurazione così concreta.

La nuova Direttiva UE sulle armi prevede non soltanto l’introduzione della clausola del bisogno, ma anche divieti generali delle armi e un meccanismo automatico di inasprimento. Soddisfa pertanto senz’ombra di dubbio il criterio delle «restrizioni incisive».

Inoltre: quali vantaggi deriverebbero all’UE se per inspiegabili motivi nella ricerca di soluzioni pragmatiche questa assumesse un atteggiamento di rifiuto e provocasse il «caso estremo»? La risposta è: nessuno. (Nemmeno i fautori del SÌ sono riusciti finora ad addurre un qualche vantaggio del genere!)

Quali svantaggi le deriverebbero invece, se provocasse l’uscita della Svizzera dallo spazio di Schengen per la mancata trasposizione di una misura antiterroristica assolutamente inutile? Esattamente gli stessi effetti negativi, che i fautori degli inasprimenti citano sempre riferendosi esclusivamente alla Svizzera. In particolare perderebbero anche l’accesso ai dati immessi nel SIS dalle autorità svizzere preposte alla sicurezza. In altre parole, per applicare una misura antiterroristica assolutamente inutile rinuncerebbero a un’intelligente collaborazione nella lotta al terrorismo.

Riassumiamo: nel caso di un NO il 19 maggio l’appartenenza della Svizzera allo spazio di Schengen non è in pericolo.

  • In base alle spiegazioni date dal Consiglio federale nel 2004/2005, qualora gli inasprimenti della legislazione sulle armi come contenuti nella nuova Direttiva UE non venissero recepiti, è previsto che si concordi una soluzione pragmatica fra la Svizzera e l’UE per continuare l’Accordo.
  • Le affermazioni dei fautori del SÌ concernenti gli effetti di una mancata trasposizione della Direttiva UE sulle armi per la permanenza della Svizzera nello spazio di Schengen è una vera e propria disinformazione.
  • La decisione del Consiglio federale di non respingere la Direttiva e non cercare insieme con l’UE una soluzione pragmatica per continuare l’Accordo va considerata un rifiuto di lavorare.
  • La conseguenza della mancata trasposizione di una Direttiva UE è la ricerca congiunta di una soluzione pragmatica per permettere la continuazione dell’Accordo. L’UE ha l’obbligo di questa ricerca congiunta.
  • Il testo della nuova Direttiva UE sulle armi non solo viola la Costituzione e la volontà popolare, ma pretende anche inasprimenti riguardo ai quali il Consiglio federale nel 2005 aveva assicurato esplicitamente che non avrebbero dovuto essere recepiti come sviluppo dell’acquis di Schengen.
  • Se si fosse comportato correttamente, il Consiglio federale avrebbe dovuto rifiutarsi di recepire la Direttiva sulle armi e sforzarsi di trovare, insieme con l’UE, la soluzione (prevista e possibile!) per la continuazione dell’Accordo.
  • Se la Svizzera abbia potuto «dire la sua» nell’elaborazione della Direttiva UE o se «abbia sfruttato il suo margine di manovra», è irrilevante. Rilevante è il risultato delle trattative, ossia il testo della Direttiva, che è inaccettabile e quindi da rifiutare.
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Warum die «Ecoplan-Studie» Behördenpropaganda ist

Die «Ecoplan-Studie»: Basis der Schreckensszenarien des Ja-Lagers. Inhaltlich beruht die Ja-Kampagne im Wesentlichen auf Warnungen vor den nicht zu tragenden Kosten eines – nicht eintretenden (!) – Schengen-Auschlusses. Herumgereicht werden Kostenschätzungen bezüglich Grenzkontrollen, Tourismus und Asylbereich. Diese Kostenschätzungen sind einer einzigen Quelle entnommen: Der Studie «Volkwirtschaftliche Auswirkungen eines Wegfalls der Schengen-Assoziierung der Schweiz» («Ecoplan-Studie»). Doch wie aussagekräftig und wissenschaftlich ist diese Studie?

Die Schlüsse der Studie: Vorgegeben durch die Departemente Burkhalter und Sommaruga

  • Ausgangspunkt der Studie war nicht die Nichtübernahme einer EU-Richtlinie, sondern die Kündigung des Schengen-Abkommens durch die Schweiz.
  • Konkreter Auftraggeber war eine sechsköpfige «Begleitgruppe des Bundes». Obwohl es sich um eine volkswirtschaftliche Fragestellung handelte, stammten drei Gruppenmitglieder aus dem EDA, zwei aus dem EJPD und nur einer aus dem WBF.
  • Die Untersuchungen nahmen die Ecoplan-Experten «auf Basis der mit der Verwaltung entwickelten Szenarien» (S. 8) vor. Das heisst: Das wissenschaftliche Grundgerüste der Studie wurde durch den Auftraggeber bestimmt.
  • In Auftrag gegeben wurde die Studie vom Bund, und zwar zur Erfüllung eines SP-Postulats, das nach den wirtschaftlichen Vorteilen der Schengen-Assoziierung fragte.

Bemerkenswert ist dieser Auszug aus der Ecoplan-Studie, S.44/45

Seconda parte: il disarmo non è un compromesso

«La legislazione UE sulle armi con i suoi inasprimenti riguarda una questione fondamentale: il rapporto fra libertà e diritto di armarsi. Chi interpreta le restrizioni del possesso di armi soltanto come una restrizione della libertà di tiratori sportivi, cacciatori e collezionisti, non si rende conto che il diritto di possedere un’arma personale è uno dei diritti fondamentali delle persone libere. […] L’annientamento degli ebrei in Germania ha cominciato con un divieto per gli ebrei di detenere armi. Non si tratta di semplici reminiscenze storiche, simboli e tradizioni, ma di interdipendenze, che sono fondamentali per la libertà e il diritto di potersi difendere come persona libera – se necessario anche con le armi. »

Robert Nef, ex presidente del Consiglio di fondazione dell’Istituto Liberale

Il «compromesso pragmatico» in breve – le conseguenze dirette di ciò che la maggioranza del Consiglio federale e del Parlamento chiama un «compromesso pragmatico».

Immediatamente: il diritto di possedere un’arma viene abolito

  • Divieto dei fucili semiautomatici, comprese le versioni civili di Fass 57 e 90 con caricatori di capacità superiore a 10 colpi (si potrebbero ottenere ancora solo con un’autorizzazione eccezionale vincolata a severe condizioni)
  • Divieto delle pistole semiautomatiche con caricatori di capacità superiore a 20 colpi (si potrebbero ottenere ancora solo con un’autorizzazione eccezionale vincolata a severe condizioni)
  • Divieto dei fucili di ordinanza automatici trasformati in semiautomatici (indipendentemente dalla capacità del caricatore)
  • Il diritto alla detenzione di armi normalmente reperibili in commercio viene abolito (oltre l’80% delle armi utilizzate per lo sport del tiro ricadono sotto tale divieto; non si può avere diritto a qualcosa di proibito)
  • I criteri di concessione delle autorizzazioni eccezionali possono essere inaspriti senza il controllo del Parlamento (le condizioni per una deroga eccezionale al divieto vengono definite nell’ordinanza)
  • Introduzione della clausola del bisogno obbligatoria (respinta dal popolo svizzero il 13 febbraio 2011)
  • Introduzione dell’obbligo di registrazione a posteriori (respinto dal popolo svizzero il 13 febbraio 2011)

 

Nel caso di un SÌ il 19 maggio l’acquisto e il possesso da parte di privati di armi da fuoco normalmente reperibili in commercio sarebbero vietati con effetto immediato.

Finora ogni cittadino maggiorenne, incensurato e senza turbe psichiche evidenti aveva diritto all’acquisto e al possesso di armi da fuoco normalmente reperibili in commercio. In altre parole, lo Stato non disponeva di mezzi per negargli il permesso di acquisto di un’arma. Questo elimina fin dal principio la possibilità di arbitrȋ e discriminazioni.

Invece con un SÌ l’acquisto e il possesso da parte di privati di armi da fuoco normalmente reperibili in commercio sarebbero proibiti dalla legge. Per i tiratori che comprovano un bisogno le autorità possono concedere deroghe al divieto (ossia rilasciare un’autorizzazione eccezionale). Però non esiste un diritto a una tale autorizzazione eccezionale. In altre parole, le autorità possono concederla, ma non hanno l’obbligo di farlo: arbitrȋ e discriminazione diventano possibilità reali.

Con effetto immediato gran parte della popolazione – ossia tutte le persone che non possono comprovare un bisogno – non potrebbe più acquistare né possedere una normale arma da fuoco: e questo dopo che il diritto al possesso di armi vigente dal 1848 è sempre stato garantito e non ha mai causato problemi.

Nel giro di dieci anni: disarmo

  • A partire dal 2020 l’articolo 17 della Direttiva UE sulle armi esplicherebbe i suoi effetti ( (de facto questo articolo è un meccanismo di inasprimento che interviene automaticamente ogni cinque anni)
  • Il primo «giro di inasprimenti» arriverà nel 2022 circa, quello successivo, nel 2027 circa.
  • Molto probabilmente già nel 2022, al più tardi però nel 2027, arriveranno, fra le altre cose
    • il divieto assoluto di armi semiautomatiche per i privati e
    • i test medico-psicologici obbligatori quale presupposto fondamentale per la detenzione di qualsiasi tipo di armi da fuoco
    • In meno di dieci anni tutti gli abitanti della Svizzera dovrebbero perciò consegnare allo Stato i loro fucili di assalto e le loro pistole.
  • I divieti di revolver, fucili a ripetizione e armi a canna basculante seguiranno.

Le conseguenze a medio termine del «compromesso pragmatico» in breve

Nel caso di un SÌ il 19 maggio bisognerebbe consegnare allo Stato entro 3–8 anni fucili d’assalto e pistole. Esattamente come in Gran Bretagna, lo sport del tiro con armi normali entrerebbe a far parte della storia; non ci sarebbe alcuna tutela dei diritti acquisiti.

Ulteriori inasprimenti arriveranno:

  • divieto dei fucili a pompa («non servono a nessuno»)
  • restrizioni per il calibro e i mirini telescopici dei fucili da caccia («i privati non devono avere fucili da tiratori scelti»)
  • restrizioni riguardo al numero di armi permesse e alla quantità di munizioni («un’arma per la caccia e una per lo sport sono sufficienti»).

 

Unter das private Erwerbs- und Besitzverbot fallen >80% der im Schiesssport verwendeten Waffen, inklusive der sich zu Hunderttausenden in Privatbesitz befindenden Schweizer Sturmgewehre 57 und 90.

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Ingiusto

Il recepimento della Direttiva UE sulle armi

  • è anticostituzionale
  • contraddice la volontà popolare
  • infrange promesse esplicite del Consiglio federale

Un SÌ il 19 maggio è un SÌ a leggi che in uno Stato di diritto dovrebbero essere tabù.

  1. Il recepimento della Direttiva UE viola la Costituzione. Infatti gli inasprimenti della legge vengono legittimati con una serie di attentati terroristici* islamici, per i quali non è stata utilizzata nemmeno un’arma legale. I divieti delle armi legali sono evidentemente inefficaci per combattere il terrorismo con armi illegali (e anche con camion, esplosivi e coltelli...). Pertanto gli inasprimenti della legge non sono mezzi idonei e quindi non sono proporzionati. Per tale motivo violano l’articolo 5 capoverso 2 della Costituzione federale (principio di proporzionalità che deve guidare l’azione dello Stato)
  2. Il recepimento della Direttiva UE contraddice la volontà popolare. Il 13 febbraio 2011, il popolo – su raccomandazione del Consiglio federale e del Parlamento (!) – respinse in votazione l’iniziativa rosso-verde «Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi». Gli obiettivi principali di questa iniziativa erano 1) l’introduzione della clausola del bisogno (ossia, la detenzione di armi non era più un diritto, bensì un privilegio), 2) la registrazione a posteriori di tutte le armi e 3) il divieto delle «armi particolarmente pericolose». Con il recepimento della Direttiva UE sulle armi adesso si dovrebbero introdurre nella legge proprio questi tre inasprimenti. In altre parole: adesso Consiglio federale e Parlamento hanno inserito nella legge esattamente gli stessi inasprimenti che nel 2011 avevano raccomandato al popolo di respingere!
  3. Nel libretto esplicativo per la votazione sull’adesione a Schengen, nel 2005 il Consiglio federale assicurava nero su bianco che (pag. 13), in seguito all’adesione a Schengen a) non ci sarebbero stati inasprimenti incisivi della legislazione sulle armi e b) non sarebbe stata introdotta nessuna clausola del bisogno per l’acquisto di armi da fuoco. Adesso invece si vuole abolire il diritto di possedere armi e introdurre proprio la clausola del bisogno obbligatoria (l’«obbligo di praticare il tiro», così come richiesto, non è altro che l’obbligo di comprovare il bisogno di un’arma per il tiro).

La Costituzione federale, la volontà popolare e le promesse del Consiglio federale valgono qualcosa o non valgono più niente? I cittadini che voteranno il 19 maggio dovranno rispondere a una domanda fondamentale: vogliono consentire a Consiglio federale e Parlamento la promulgazione di leggi che violano principi elementari dello Stato di diritto o pretendono che le soluzioni per tale Stato di diritto siano corrette?

* Il doppio attentato alla redazione di «Charlie Hebdo» e al negozio di alimentari kosher «Hyper Cacher» a Parigi nel gennaio 2015; il doppio attentato di Copenaghen a un convegno critico con l’Islam e alla grande sinagoga nel febbraio 2015; la strage fortunatamente sventata sul treno Thalys per Parigi nell’agosto 2015; gli attentati del 13 novembre 2015.

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Liberticida: disarmo tramite l’articolo 17

Come verranno disarmati i cittadini ligi alla legge nel caso di un SÌ il 19 maggio

  • È assolutamente chiaro che le intenzioni alla base della Direttiva UE non sono né la lotta al terrorismo né la prevenzione degli abusi, bensì il divieto della detenzione di armi da parte di privati.
  • Il meccanismo di controllo e valutazione previsto dall’articolo 17 della Direttiva è de facto un meccanismo automatico di inasprimento.
  • Alla fine del 2016 il presidente della Commissione UE Jean-Claude Juncker lo ha confermato a chiare lettere, affermando che l’attuale Direttiva era semplicemente una «pietra miliare» e precisamente per «il controllo delle armi».
  • Anche il Consiglio federale sa che un SÌ il 19 maggio comporterà già entro 3–8 anni il divieto assoluto delle armi semiautomatiche per i privati e l’introduzione di test medico-psicologici per tutti i detentori di armi.

L’obiettivo dei decisori dell’UE è il divieto della detenzione di armi da parte di privati. Il mezzo per raggiungere tale obiettivo è il meccanismo di controllo e valutazione previsto dall’articolo 17 della Direttiva sulle armi. Qui di seguito si spiega, perché tale articolo funziona come un meccanismo di inasprimento.

La Direttiva UE, che la maggioranza del Consiglio federale e del Parlamento vogliono recepire, è stata elaborata sulla base di una proposta (vincolante) della Commissione UE. Questa proposta è stata pubblicata il 18 novembre 2015 (ossia solo cinque giorni dopo gli attentati di Parigi). Riferendosi a una serie specifica di attacchi terroristici islamici (cfr. pag. 2, cpv. 1 e nota 1), commessi senza impiegare nemmeno un’arma acquistata legalmente, la Commissione ha chiesto di rafforzare ulteriormente la lotta contro il traffico (illegale) di armi da fuoco. Contro una tale richiesta non c’è nulla da obiettare.

Però, oltre al rafforzamento della lotta contro il traffico (illegale) di armi, la Commissione ha chiesto – nel medesimo paragrafo di testo e riferendosi ai medesimi attacchi terroristici (!) – anche che «si prendano provvedimenti immediati per inasprire le attuali norme sull’accesso [legale] alle armi da fuoco e sul loro commercio.» L’effetto di tale richiesta è limitare il diritto dei cittadini ligi alla legge (i criminali condannati non possono comunque detenere nessuna arma) all’acquisto e alla detenzione di armi, ma non la disponibilità di armi sul mercato nero. Pertanto per prevenire il genere di terrorismo che la Commissione adduce per legittimare la propria proposta, le misure non servono a niente. Sono quindi inappropriate e soprattutto inadatte.

Concretamente la Commissione ha messo in atto l’«inasprimento delle attuali norme sull’accesso [legale] alle armi da fuoco» introducendo una distinzione tecnicamente assurda fra armi semiautomatiche con caricatori di capacità «elevata» e semiautomatiche con caricatori di capacità «normale», assegnando quelle con caricatori di capacità «elevata» alla categoria «A» (ossia armi proibite ai privati). Soprattutto per i fucili la Commissione ha fissato il limite fra capacità «normale» ed «elevata» così basso (10 colpi), che praticamente tutti i normali modelli di armi sono colpiti dal divieto.

Questa distinzione insensata – e ciò vale per i divieti che ne derivano – è stata inserita senza nessun cambiamento nella Direttiva UE sulle armi elaborata sulla base della proposta. A questo bisogna aggiungere il meccanismo di controllo e valutazione dell’articolo 17 della Direttiva con il testo seguente: «Entro il 14 settembre 2020, e successivamente ogni cinque anni, la Commissione presenta al Parlamento europeo e al Consiglio una relazione sull’applicazione della presente direttiva, incluso un controllo dell’adeguatezza delle relative disposizioni, corredata all’occorrenza da proposte legislative concernenti, in particolare, le categorie delle armi da fuoco […]» In altre parole: al minimo ogni cinque anni la restrizione del diritto alla detenzione di armi da parte dei cittadini ligi alla legge dovrà essere sottoposta a un controllo dell’adeguatezza, per il quale si utilizza come pietra di paragone una serie di atti terroristici commessi esclusivamente con armi illegali. Pertanto, finché vi saranno gravi delitti (islamici) commessi con armi illegali, qualsiasi controllo dell’adeguatezza dovrà per forza di cose fornire un risultato negativo. Così ogni cinque anni si arriverà alla conclusione: occorrono ulteriori restrizioni del diritto alla detenzione di armi.

Sul fatto che tali conclusioni saranno effettivamente il pretesto per introdurre ulteriori inasprimenti non si può avere alcun dubbio:

  1. Nel quadro di una conferenza stampa, il 20 dicembre 2016 il presidente della Commissione UE, Jean-Claude Juncker ha affermato, in merito al testo della nuova Direttiva UE sulle armi: «Ci siamo impegnati con tenacia per un accordo ambizioso che riduce il rischio di sparatorie (sic!) nelle scuole e nelle colonie di vacanze o di attacchi terroristici con armi acquistate legalmente. Naturalmente avremmo voluto andare ancora più in là, ma confido che l’attuale progetto costituisca una pietra miliare nel controllo delle armi da fuoco nell’UE». A questo riguardo si può affermare: 1) Come già menzionato, i divieti di armi legali sono stati legittimati con attacchi terroristici, per i quali non è stata utilizzata alcuna arma legale. 2) Né nella proposta della Commissione né nella Direttiva si parla di massacri nelle scuole o di attacchi a colonie di vacanze. Questa imprecisione veramente stramba fa capire quanto poco interessi all’UE combattere la criminalità – si tratta di realizzare un disarmo. 3) Una pietra miliare non si trova al traguardo: l’affermazione del presidente della Commissione indica chiaramente che ulteriori inasprimenti sono già previsti. 4) Il presidente della Commissione ammette apertamente che l’obiettivo della Direttiva non è prevenire i crimini o combattere il terrorismo, bensì il controllo (statale) sulle armi da fuoco – ossia il potere (statale) sulle armi detenute da privati.
  2. Nel messaggio concernente il recepimento della nuova Direttiva UE sulle armi del marzo 2018 il Consiglio federale ha illustrato nel modo seguente il risultato del suo influsso a Bruxelles: «Sulla base dei suoi diritti di partecipazione in qualità di Stato associato a Schengen (art. 4 AAS), la Svizzera ha perorato le proprie richieste in seno al Consiglio e si è impegnata a sensibilizzare gli altri Stati di Schengen e in seguito, per via informale, anche i grandi partiti nel Parlamento europeo sulle peculiarità e le tradizioni svizzere in materia di tiro. Può essere considerato il risultato di questi sforzi il fatto che il progetto sia stato attenuato in molti punti, nonostante la Commissione europea avesse difeso con veemenza le proprie richieste in sede di dibattito. La direttiva ad esempio non contempla più il divieto assoluto per privati di detenere le armi da fuoco più pericolose (armi automatiche e semiautomatiche) o l’introduzione di esami medici e psicologici obbligatori quale requisito generale per l’acquisizione e la detenzione di armi da fuoco.» A questo proposito si pone la domanda: perché il Consiglio federale non parla mai di questo notevole successo delle trattative? Perché parla invece soltanto della presunta eccezione per le armi di ordinanza, che in realtà era stata concordata già nel 2004? È molto semplice: perché sa bene che l’articolo 17 della Direttiva funziona come un meccanismo di inasprimento automatico. Perché sa che con il prossimo giro di inasprimenti non sarà più in grado di impedire il divieto assoluto dei semiautomatici né l’obbligo generale di testi psicologici. Inoltre le affermazioni del Consiglio federale illustrano chiaramente la situazione: dopo che nella propria proposta la Commissione UE aveva chiesto di introdurre un divieto dei semiautomatici con caricatori di grandi capacità, nell’elaborazione del testo della Direttiva voleva evidentemente imporre già un divieto di tutti i semiautomatici. L’obiettivo della Commissione di disarmare i privati cittadini è evidente.

Conclusioni:

  • L’obiettivo della Direttiva UE è il disarmo dei privati cittadini.
  • Il 19 maggio non si vota su un «moderato adeguamento del diritto delle armi», bensì sull’alternativa «disarmo sì o no.»
  • L’affermazione del Consiglio federale che nel caso di un SÌ il 19 maggio verrebbe mantenuto il diritto di possedere armi e non si disarmerebbe nessuno è un’affermazione in malafede.

* Il doppio attentato alla redazione di «Charlie Hebdo» e al negozio di alimentari kosher «Hyper Cacher» a Parigi nel gennaio 2015; il doppio attentato di Copenaghen a un convegno critico con l’Islam e alla grande sinagoga nel febbraio 2015; la strage fortunatamente sventata sul treno Thalys per Parigi nell’agosto 2015; gli attentati del 13 novembre 2015.

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Liberticida: senza il diritto al possesso di armi non ci sono veri diritti umani

Il diritto alle armi non è prevalentemente un diritto dei tiratori, bensì un diritto umano

  • Il fondamento morale delle società occidentali-liberali è l’idea che tutte le persone a) nascono uguali e libere e b) possiedono diritti umani inalienabili
  • L’inalienabilità dei diritti umani significa che tali diritti possono essere fatti valere e si devono poter far valere in qualsiasi circostanza, ossia anche senza o contro lo Stato
  • Però nei casi estremi per una persona disarmata non vi è alcuna speranza di poter far valere tali diritti, specialmente contro l’ingiustizia organizzata dallo Stato

Finora la legge svizzera sulle armi ha sempre tenuto conto della funzione del possesso di armi da parte di privati come protezione di ultima ratio per i diritti umani. Questo non deve cambiare – tanto meno a motivo di un po’ di allarmismo riguardo a Schengen.

Gli avversari del referendum cercano di dare l’impressione che l’abolizione del diritto al possesso di armi da parte di privati riguardi soltanto la misura in cui ciò tocca lo sport del tiro. È invece vero il contrario. Il diritto di possedere armi è una delle libertà più importanti in assoluto: permette di far valere i diritti umani proprio quando la loro violazione è più probabile.

La nostra immagine della persona occidentale libera da preconcetti si basa sull’idea che tutte le persone – indipendentemente da sesso, razza, orientamento sessuale, ecc. – nascono libere e uguali e inoltre possiedono determinati diritti fondamentali inalienabili, i diritti umani (in particolare il diritto alla vita, il diritto all’integrità fisica e sessuale, il diritto alla libertà personale e il diritto alla proprietà privata). Questa idea è una particolarità della morale occidentale e una delle conquiste più importanti dell’Illuminismo: su di essa si basa l’idea dello Stato di diritto democratico come strumento organizzativo e servitore di individui liberi e con pari diritti.

I diritti umani devono poter essere fatti valere ovunque e sempre: altrimenti non sarebbero inalienabili o non sarebbero diritti. Se in un caso estremo uno può difendere i propri diritti umani con una certa efficienza soltanto con l’aiuto di altri, di fatto i suoi diritti sono nelle mani della persona a cui deve chiedere aiuto.

Perciò ne consegue: in una società liberale, che prende sul serio i diritti umani, esiste un unico motivo legittimo per proibire a una persona di acquistare e possedere le normali armi reperibili in commercio: la fondata supposizione che tale persona utilizzerebbe l’arma per perpetrare violazioni dei diritti umani. Ed è proprio di tale fatto che finora ha sempre tenuto conto la legislazione svizzera delle armi. Dato che ogni persona possiede diritti umani, fondamentalmente in Svizzera ogni persona ha il diritto di acquistare armi normalmente reperibili in commercio. Le autorità possono (e devono) escludere da tale diritto solo i minorenni, le persone sotto tutela, gli autori di gravi reati e le persone con disturbi psichici acuti.

La nostra legislazione sulle armi ha dato ottimi risultati. Da una parte è sufficientemente severa per impedire praticamente tutti gli abusi. Dall’altra parte nei casi estremi offre a tante persone una possibilità efficace di far valere i propri diritti umani senza l’aiuto di terzi, così da rendere di fatto impossibili pogrom, spedizioni vandaliche contro le minoranze, persecuzioni e altre forme di violazione collettiva dei diritti umani.

La Direttiva UE sulle armi, che adesso dovremmo trasporre nella nostra legislazione, introdurrebbe uno (pseudo)diritto delle armi sull’esempio della Repubblica di Weimar. La Svizzera non ha resistito al totalitarismo per tutto il 20° secolo per mettersi ora a smantellare – a motivo di un’effimera questione politica – la struttura portante del suo Stato di diritto liberale.

Conclusioni:

  • La Direttiva UE sulle armi, che adesso dovremmo trasporre nella nostra legislazione introdurrebbe uno (pseudo)diritto delle armi sull’esempio della Repubblica di Weimar. La Svizzera non ha resistito al totalitarismo per tutto il 20° secolo per mettersi ora a smantellare – a motivo di un’effimera questione politica – la struttura portante del suo Stato di diritto liberale.
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Liberticida: senza il diritto al possesso di armi non c’è una vera democrazia

Il diritto alle armi non è essenzialmente un diritto dei tiratori, bensì un diritto civile

  • Lo scopo dello Stato di diritto democratico è servire i propri cittadini
  • Un servitore, che non si può criticare liberamente e contro il quale in caso di necessità non ci si può difendere, non è un servitore, è un padrone
  • Nelle vere democrazie i cittadini godono della libertà di espressione e del diritto di detenere armi, invece nelle «democrazie fantoccio», no
  • Nell’ottica dei diritti civili il mantenimento del diritto dei privati cittadini di possedere armi è tanto critico quanto il mantenimento della libertà di espressione

Chi non ha il diritto di possedere armi non è sovrano: una democrazia diretta, in cui si può impedire ai cittadini ligi alla legge il possesso di armi, è una contraddizione in termini.

Tutti i regimi autoritari della storia per prima cosa hanno sempre abolito la separazione dei poteri, limitato la libertà di opinione e introdotto misure per disarmare i propri cittadini. Questo non è un caso, la possibilità di criticare liberamente lo Stato e – in caso di soprusi opporre resistenza – determina chi, fra i cittadini e il governo, è quello che controlla e chi invece il controllato.

Le elezioni non si svolgono solo in Svizzera, ci sono anche in Iran, in Russia e in Turkmenistan. Ciò malgrado, i cittadini di questi paesi non possono influire in alcun modo sull’operato del loro governo e non godono di alcuna libertà: non possiedono la libertà di espressione né il diritto di detenere armi e vengono governati da personaggi, le cui azioni non sono soggette ai limiti dettati da un’efficiente separazione dei poteri. Se in un paese prevale una vera democrazia o piuttosto una «democrazia fantoccio» si può stabilire verificando se i privati cittadini possono esprimere liberamente le proprie opinioni e possedere armi.

Per la libertà e la stabilità politica di cui godiamo possiamo ringraziare anche il fatto che da noi il controllo del potere statale tramite i diritti civili è sempre stato superiore alla media. In Svizzera la funzione della separazione dei poteri per limitare gli arbitrȋ viene ulteriormente rafforzata dal diritto di referendum e di iniziativa. Da noi non esistono leggi contro l’«incitamento all’odio» né la censura di internet, come invece è il caso della Germania. E la legge svizzera sulle armi ha sempre concesso ai cittadini onesti il diritto di acquistare e possedere tutte le armi normali che volevano (in particolare fucili d’assalto e pistole, ossia quelle armi, di cui sono dotati anche i soldati e la polizia, il cui compito è servire il cittadino).

L’argomento che, in considerazione della persistente pace sociale, si possa rinunciare al diritto dei privati di possedere armi è imperdonabilmente ingenuo e sbagliato, così come il pensare che si possa limitare tranquillamente la libertà di espressione, solo perché l’operato del governo è ineccepibile.

Perfino se gli insostenibili scenari di un’esclusione da Schengen paventati dagli avversari del referendum avessero un qualche fondamento reale e nel caso di un NO il 19 maggio la Svizzera corresse effettivamente il rischio di essere esclusa dallo spazio di Schengen: rinunciare alla separazione dei poteri, alla libertà di opinione o al diritto di possedere armi per evitare «code al confine» o «perdite nel settore del turismo» sarebbe una vera assurdità!

Conclusioni:

  • Perfino se gli insostenibili scenari di un’esclusione da Schengen paventati dagli avversari del referendum avessero un qualche fondamento reale e nel caso di un NO il 19 maggio la Svizzera corresse effettivamente il rischio di essere esclusa dallo spazio di Schengen: rinunciare alla separazione dei poteri, alla libertà di opinione o al diritto di possedere armi per evitare «code al confine» o «perdite nel settore del turismo» sarebbe una vera assurdità!
Indicare la bibliografia di approfondimento
  • John Locke: Zweite Abhandlungen über die Regierung
  • John Stuart Mill: Über die Freiheit

 

Inutile: inutile contro il terrorismo, inutile contro gli abusi

Il recepimento della Direttiva UE non comporta vantaggi di sorta

«Chi pensa che la trasposizione della Direttiva UE contribuisca alla lotta al terrorismo – bisogna ammetterlo – è decisamente in errore.» Consigliere nazionale PPD Nicolo Paganini, portavoce della frazione del partito, nel suo voto a favore (!) dell’inasprimento della legge sulle armi (sala del Consiglio nazionale, 30.05.2018)

«In Svizzera il numero di armi è relativamente elevato, ma ciò malgrado praticamente non ci sono problemi; sono in molti nelle diverse parti del mondo a stupirsene. Questo dimostra: fondamentalmente nel nostro paese si fa un uso responsabile delle armi.» Consigliera federale PLR Karin Keller-Sutter nella sua difesa (!) dell’inasprimento della legge sulle armi (Centro media di Palazzo federale, 14.02.2019)

Ciò che i fautori della Direttiva pensano in merito alla sua utilità:

  • Quando nel Consiglio nazionale si è aperto il dibattito sul recepimento della Direttiva, sia il portavoce della frazione PLR che quello della frazione PPD hanno ammesso che la Direttiva non serve a niente contro il terrorismo.
  • In Parlamento i partiti di centro hanno voluto il recepimento soltanto a motivo di «Schengen». Neanche la sinistra autoritaria ha contestato il fatto che la Direttiva non impedisce alcun atto terroristico, però ha auspicato gli inasprimenti, perché ogni restrizione del possesso legale di armi le fa comodo.
  • Fino al gennaio 2019 né nella presa di posizione del PPD né in quella del PLR si è sostenuto che la Direttiva offrisse un qualche vantaggio nella lotta al terrorismo.
  • Fino al gennaio 2019 nel sito web della fedpol gli inasprimenti venivano spiegati facendo riferimento esclusivamente agli attacchi terroristici del 13 novembre 2015. La fedpol ha diffuso in malafede la disinformazione che tali attacchi sarebbero stati perpetrati con armi semiautomatiche (ma in realtà si trattava di armi per tiro a raffica, comunque già proibite e acquistate illegalmente).

All’inizio di febbraio 2019 Confederazione, fedpol, PLR e PPD hanno fatto dietro front con le loro argomentazioni. Il motivo: dall’autunno 2018 la CIT aveva informato ripetutamente e dettagliatamente che tutti gli attacchi terroristici, che l’UE adduceva per giustificare i suoi divieti delle armi legali, erano stati perpetrati – senza eccezione alcuna – con armi di origine illegale (in massima parte armi per tiro a raffica contrabbandate per mezza Europa da paesi dell’ex blocco orientale).

Dopo di che la fedpol ha eliminato dal suo sito internet qualsiasi riferimento al terrorismo. Adesso sostiene che la Direttiva UE servirebbe a combattere gli abusi. L’argomentazione è che l’«inasprimento delle prescrizioni di marcatura» e il «miglioramento dello scambio di informazioni con gli altri Stati di Schengen, per esempio in merito a chi per motivi di sicurezza si è visto negare l’acquisto di un’arma» potrebbe prevenire gli abusi (si sottacciono invece i divieti generali delle armi).

Il PLR ha ripreso questa argomentazione.

È però un fatto che:

  • Il nucleo della Direttiva UE non è costituito dagli obblighi di marcatura né dagli scambi di informazioni, bensì il divieto del possesso di armi da parte di privati.
    L’affermazione che marcature supplementari delle armi possano impedire crimini violenti è un insulto all’intelligenza dei cittadini che vanno a votare. In base ai numeri di serie dei fucili d’assalto M70, utilizzati dai massacratori del Bataclan, la Zastava (il produttore serbo di tali armi) ha potuto determinare nel giro di poche settimane data e luogo di produzione, numero della lettera di vettura ecc. Quali altre marcature sarebbero state necessarie per evitare il bestiale massacro di 90 vittime?
  • La tesi, secondo cui si potrebbero impedire crimini violenti, se gli Stati di Schengen scambiassero un maggiore volume di dati sui detentori di armi legali, è ridicola. Quale sarebbe l’effetto pratico concreto di una tale misura? Inoltre: come hanno fra l’altro dimostrato l’attacco terroristico di Berlino del dicembre 2016 e quello di Strasburgo del dicembre 2018, i singoli Stati di Schengen non sono nemmeno in grado di informarsi correttamente sui pericolosi criminali pluricondannati.
  • La Svizzera è uno dei paesi al mondo che ha una densità elevatissima di armi, ma i crimini commessi con armi legali sono assolutamente un’eccezione. È evidente che non esiste una dipendenza proporzionale fra la densità di armi e la quota dei crimini commessi con armi da fuoco.
  • Le armi da fuoco non hanno una «pericolosità intrinseca» maggiore di quella di altri oggetti. In cinque minuti l’attentatore di Nizza ha assassinato con un camion 86 persone. Gli attentatori del Bataclan, armati di kalashnikov, erano in tre e hanno impiegato oltre 20 minuti per uccidere 90 persone. Gli attentatori del 9/11, armati di taglierini, sono riusciti a uccidere quasi 3’000 persone. Se si vuole proibire le armi a titolo generale, perché «sono troppo pericolose», bisogna fare lo stesso anche con i camion, i coltelli, le bombole di gas, ecc.
    Le armi da fuoco non sono concepite «per uccidere», ma per sparare. Se fosse diversamente, non si armerebbe la polizia.
  • I politici autoritari di sinistra, che operano con frasi come «ogni vittima umana è una vittima di troppo» e «ogni arma illegale una volta era legale», non sono interessati a combattere la criminalità, quello che vogliono è il disarmo. Con appelli pseudomoralistici di questo genere si può infatti giustificare la confisca di ogni singola arma legale – ed è proprio quello che vogliono i politici di questa categoria. Né gli omicidi né i suicidi sono commessi prevalentemente con armi da fuoco. Giustificare divieti generali delle armi con singoli casi di abuso esprime una mentalità paratotalitaria con un’ossessione per i divieti, in base alla quale la proporzionalità delle restrizioni della libertà è irrilevante e fondamentalmente consente di proibire ai cittadini tutto con un pretesto qualsiasi.
  • Il fatto che il Consiglio federale intenda introdurre divieti generali delle armi, malgrado ammetta esplicitamente che «praticamente non ci sono problemi con le armi», è semplicemente scandaloso.

Conclusioni:

  • La Direttiva è inutile contro il terrorismo
  • La Direttiva è inutile contro le varie forme di abusi
  • Non esiste alcuna necessità di inasprire la legge sulle armi.
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Inutile: accettare leggi inutili – suscitare tentazioni perniciose

Accettare restrizioni della libertà senza che ciò comporti alcun vantaggio non è privo di conseguenze.

  • Un SÌ il 19 maggio è un invito ai personaggi della politica internazionale perché mettano la Svizzera sotto il torchio, invece di negoziare.
  • Un SÌ il 19 maggio invita Consiglio federale e Parlamento a posporre gli interessi dei cittadini a favore di soluzioni «comode»
  • Un SÌ il 19 maggio induce i perdenti di una votazione a cercare di far diventare legge i loro progetti servendosi di una «deviazione» per Bruxelles.

Gli avversari del referendum paventano scenari assolutamente insostenibili, quasi isterici, in merito all’esclusione da Schengen come conseguenza di un NO. Tacciono invece riguardo alle conseguenze indesiderate che avrebbe un SÌ.

Il fatto che disarmando i cittadini ligi alla legge non si impediscono né terrorismo né criminalità lo capisce chiunque. Di conseguenza, nel caso di un SÌ tutti i personaggi della politica internazionale saprebbero: la Direttiva UE sulle armi è stata recepita, perché non si è avuto il coraggio di respingerla. Un invito su un vassoio d’argento, perché in caso di conflitti di interesse con la Svizzera fondamentalmente non si cerchi più di negoziare, puntando invece su una politica di pura pressione e di potere.

Prima della votazione per aderire allo spazio di Schengen il Consiglio federale ha spiegato: «Se la Svizzera non riprendesse un atto o una misura [dell’acquis di Schengen], le due parti si impegnano a cercare una soluzione pragmatica» e «il timore» che l’adesione a Schengen «comporti restrizioni incisive nel nostro diritto sulle armi, è ingiustificato.» Invece di rifiutarsi di accettare le restrizioni incisive e di ricordare all’UE il suo impegno contrattuale di cercare soluzioni pragmatiche, il Consiglio federale e la maggioranza del Parlamento sostengono, contrariamente alla realtà, che in caso di NO il 19 maggio la decisione dell’UE di escludere la Svizzera sarebbe una pura questione formale. Questo non è altro che il rifiuto di difendere nel debito modo e conformemente al contratto gli interessi della propria parte. Chi è disposto ad accettare una cosa del genere, non dovrà poi meravigliarsi se i suoi interessi saranno irrilevanti per le decisioni future.

Nel 2011 la sinistra autoritaria ha fatto votare il popolo sull’abolizione del diritto al possesso di armi da parte dei privati – e ha perso. Se adesso accettassimo esattamente gli stessi inasprimenti della legge sulle armi non perché richiesti dalla sinistra elvetica, bensì dall’UE, invieremmo agli ambienti politici di qualsiasi colore un segnale inequivocabile: Quello che non ottieni alle urne, puoi ottenerlo passando per Bruxelles.

Pericoloso

Un SÌ il 19 maggio equivale a

  • una valanga burocratica per le autorità preposte alla sicurezza, che va a spese del lavoro di far rispettare le leggi e l’ordine pubblico
  • la scomparsa dell’effetto dissuasivo prodotto dalla detenzione di armi da parte di privati – specialmente le «rapine a domicilio» aumenterebbero notevolmente.

Nella consultazione tutti i Cantoni, a eccezione di Basilea-Città, hanno avvertito che arriverebbe una valanga burocratica a seppellire le autorità di polizia se recepiremo la Direttiva UE. Avvertimenti di cui il Parlamento non ha tenuto il minimo conto.

Nel 2013 il popolo si è espresso, con oltre il 73% di voti a favore, sul mantenimento del servizio militare obbligatorio. Perché? Non perché si auspicassero guerre offensive o si temesse l’imminente invasione di truppe straniere, bensì piuttosto perché si ha un esercito per non usarlo e non lo si usa, perché lo si ha. Ed è proprio questo effetto dissuasivo che entra in gioco nel prevenire le rapine a casa propria: si tengono armi in casa per non doverle usare e non le si usano, perché le si tengono.

Come in Svizzera, anche negli USA la maggior parte delle effrazioni avviene quando la casa è vuota. Nei paesi come la Gran Bretagna e l’Olanda, in cui i criminali possono presumere che in casa non ci siano armi, quasi la metà di tutti i furti sono cosiddette «hot burglaries», ossia rapine commesse quando la casa è abitata: delitti che per le vittime sono incomparabilmente più traumatici e pericolosi (oltre ai delitti patrimoniali anche il rischio di crimini violenti e/o sessuali). Diversi studi attestano che queste differenze sono dovute al fatto che i criminali temono una reazione di difesa armata.

In Svizzera c’è poca polizia; molti abitano in località in cui le forze di intervento impiegano molto tempo ad arrivare, specialmente di notte. Privare una madre single incensurata, che in caso di necessità alle tre del mattino dovrebbe attendere 20 minuti o anche di più prima che arrivi la polizia, del diritto di avere un’arma in casa non è solo un’indecenza, ma addirittura un’infamia!

Visualizzare le ulteriori informazioni
  • Kopel, David B.: Lawyer, Guns and Burglars, in: Arizona Law Review 43/2001, S. 345–367.

Antisvizzero

Un SÌ il 19 maggio

  • Nega che i cittadini che prendono le loro decisioni nell’ambito della democrazia diretta siano adulti
  • Nega che chi presta servizio militare sia capace di fare un uso ragionevole della sua arma
  • Distrugge la nostra eccezionale «Gun Culture»

Non è ammissibile che questi stessi cittadini ligi alla legge, che non devono rendere conto a nessuno delle loro decisioni alle urne, debbano spiegare alle autorità, perché intendono acquistare un’arma da fuoco (e la ricevano soltanto se l’acquisto corrisponde a un bisogno riconosciuto dall’autorità). Ed è pure inammissibile che i medesimi cittadini che prestano servizio militare e che nell’esercito devono imparare a usare bombe a mano, mitragliatrici, bazooka, ecc. non vengano considerati ragionevoli e adulti a sufficienza per detenere a titolo privato armi semiautomatiche.

Da noi, in occasione delle feste di tiro i Consiglieri federali possono bere tranquillamente una birra in mezzo a migliaia di cittadini armati e senza bisogno di scorta. Adesso i politici vogliono sacrificare questa eccezionale «Gun Culture»: gli stessi politici, che non sono sufficientemente interessati o sono troppo incompetenti e schizzinosi per mettere fine ai disordini causati dagli hooligan in occasione delle partite di calcio!

Se la Direttiva dovesse passare, alle feste di tiro tradizionali, come Tiro del Morgarten, Knabenschiessen, Tiro del Rütli e Ratsherrenschiessen si dovrà gareggiare con fucili proibiti dall’estero – prima che nel giro di pochi anni tali armi vengano poi proibite del tutto. Vogliamo, come succede in Germania, feste di tiro in cui nessuno spara più? Esempio Tiro del Morgarten: i tiratori partecipano a una manifestazione dedicata al ricordo di una battaglia vittoriosa combattuta dalla Confederazione per la propria libertà – e in spalla hanno un fucile solo grazie a un’autorizzazione eccezionale, perché Bruxelles lo ha proibito! E dopo un paio d’anni ci sarà poi soltanto l’«Evento commemorativo del Morgarten», senza tiratori e senza fucili? Chi si dà leggi con conseguenze del genere si rende ridicolo – non soltanto agli occhi del mondo, ma soprattutto ai propri occhi.

Un SÌ il 19 maggio significa restare nello spazio di Schengen sacrificando uno dei più importanti diritti di libertà in assoluto.

Un NO il 19 maggio significa restare nello spazio di Schengen salvaguardando il fondamento che rende libera la nostra società.

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