Lucerna, 25 febbraio 2019 A metà gennaio la Comunità di interessi del tiro svizzero (CIT) – composta da 14 organizzazioni di sport del tiro, milizia, caccia, artigianato e industria e diritto in materia di armi – ha inoltrato oltre 125’000 firme valide contro il decreto federale per il recepimento della Direttiva UE sulle armi. Oggi la CIT inizia la sua campagna contro questa legge ingiusta, liberticida, inutile, pericolosa e antisvizzera.

Prima della votazione sull’adesione all’Accordo di Schengen, nel libretto esplicativo il Consiglio federale assicurava nero su bianco (p. 13): «Il timore» riguardo a «restrizioni incisive nel nostro diritto sulle armi» in relazione alla partecipazione a Schengen «è ingiustificato (…) Come oggi, chi intenderà acquistare un’arma non dovrà fornire alcuna prova della necessità.» Dato che in tal modo si spiegava che la Svizzera anche se firmataria di Schengen non avrebbe dovuto recepire tali restrizioni, le società di tiro decisero di sostenere l’Accordo. Adesso invece, a causa di Schengen si dovrebbe introdurre non soltanto la clausola del bisogno, ma anche il divieto di armi normalmente in commercio: Luca Filippini, presidente della CIT: «Per l’adesione a Schengen i tiratori erano dalla parte del Consiglio federale. Adesso però non ci resta che il referendum – senza armi non possiamo sparare.»

Sono toccati tutti i detentori di armi – all’orizzonte si delinea un disarmo progressivo.

Il recepimento della Direttiva UE proibisce ai privati di detenere armi da fuoco normalmente reperibili in commercio. Oltre l’80% delle armi utilizzate per lo sport del tiro – ivi comprese le centinaia di migliaia di fucili d’assalto 57 e 90 in versione civile – potrebbe essere acquistato soltanto con un’autorizzazione eccezionale. Tali autorizzazioni eccezionali non si possono ottenere per tutte le armi utilizzate per fini sportivi, inoltre sono costose e vincolate a severe condizioni. Thomas Steiger, presidente della Federazione Svizzera di Tiro Dinamico: «Un ’Sì’ il 19 maggio metterebbe in forse l’esistenza della nostra Federazione. Per determinate discipline non si potrebbe più acquistare un’arma idonea.» Ma la cosa non si fermerebbe a tali restrizioni, tanto gravi quanto arbitrarie. Infatti l’articolo 17 della Direttiva UE sulle armi contiene un passaggio che de facto equivale a un meccanismo di inasprimento che interverrebbe automaticamente ogni cinque anni. Come sa anche il Consiglio federale, già con il prossimo giro di inasprimenti la Svizzera non potrebbe più impedire un divieto assoluto della detenzione di armi semiautomatiche da parte di privati, senza eccezione alcuna. Se il 19 maggio dalle urne uscisse un ’Sì’, tutti i cittadini dovrebbero perciò consegnare allo Stato entro 3–8 anni tutti i loro fucili d’assalto e pistole. Werner Salzmann, co-presidente del Comitato referendario: «Se nessuno viene disarmato, allora perché le associazioni di tiratori, cacciatori e milizia sostengono compatte il referendum?»

Non si tratta soltanto dei tiratori: il diritto alle armi è un diritto umano e un diritto civile

Le armi normalmente in commercio vengono proibite e nessuno può avere diritto a qualcosa di proibito – malgrado tutte le promesse di autorizzazioni eccezionali. Ma il diritto di detenere armi è di importanza fondamentale per garantire affidabilmente la libertà individuale. Non è un caso che tutti i regimi dittatoriali della storia per prima cosa abbiano sempre cercato di eliminare, oltre alla libertà di espressione, anche la detenzione di armi da privati. I periodi di pace non devono indurre a dimenticare una cosa: non c’è niente di più pericoloso delle leggi promulgate come se il sole dovesse sempre splendere alto nel cielo e gli uragani fossero stati dichiarati fuorilegge. Olivia de Weck, vice-presidentessa di PROTELL: «Il possesso individuale di armi equivale alla capacità individuale di difendersi. I divieti delle armi legali colpiscono sempre prima le minoranze lige alla legge.»

Invece della sicurezza si promuove la criminalità

Tutti i Cantoni, a parte Basilea-Città, hanno lanciato un avvertimento: nel caso di un ’Sì’ i corpi di polizia sarebbero sommersi da una vera e propria valanga burocratica. Gli uffici responsabili del rilascio di permessi dovrebbero dedicarsi a controllare centinaia di migliaia di detentori di armi incensurati. Occorrerebbero più personale e nuove infrastrutture informatiche. Le risorse sprecate per fare un buco nell’acqua mancherebbero poi per il lavoro di polizia effettivo – non da ultimo anche per le misure che servono a qualcosa contro il terrorismo. Inoltre l’abolizione del diritto alla detenzione di armi farebbe pure scomparire il relativo effetto deterrente. Tobias Dillier, funzionario della Polizia: «Nell’ambito delle armi legali non abbiamo problemi né di abusi né di eccessi di legittima difesa. Gli inasprimenti ci distolgono dal nostro lavoro e costituiscono un’angheria per le persone lige alle leggi; non servono a niente.»

Un dietro front di Consiglio federale e Parlamento dettato da considerazioni opportunistiche e in violazione della volontà popolare.

Otto anni fa, il 13 febbraio 2011, il popolo – addirittura dietro raccomandazione del Consiglio federale e del Parlamento – respinse in votazione la radicale iniziativa rosso-verde «Per la protezione dalla violenza perpetrata con le armi». I tre obiettivi principali di questa iniziativa erano l’introduzione della clausola del bisogno (ossia, la detenzione di armi diventava un privilegio), la registrazione a posteriori di tutte le armi e il divieto dei fucili a pompa, di per sé poco diffusi. Adesso Consiglio federale e Parlamento vogliono venderci non solo esattamente la stessa clausola del bisogno ed esattamente lo stesso obbligo di registrazione a posteriori, sostenendo che sono «accettabili» e «pragmatici», ma addirittura anche il divieto delle armi semiautomatiche normalmente utilizzate per lo sport del tiro. Il fatto che, quando si tratta di questioni concernenti l’UE evidentemente non contino più la volontà popolare né la parola data, è assolutamente inaccettabile, indipendentemente dal tema concreto in votazione: Peter Lombriser, presidente dell’Associazione svizzera dei sottufficiali: «Proprio quei paragrafi che introducono un disarmo e che nel 2011 Consiglio federale e Parlamento raccomandarono di respingere, adesso vogliono inserirli nella legge. Un tale pasticciaccio privo di principi è un vero affronto.»

Schengen non è in pericolo – le grida di allarme degli oppositori sembrano quasi dettate da isterismo.

I fautori degli inasprimenti non hanno motivi oggettivi e concreti per giustificare la revisione della legge sulle armi. Perciò si irrigidiscono sottolineando in continuazione i vantaggi dell’Accordo di Schengen. Nel far questo, non solo esaltano esageratamente i vantaggi, ma cercano soprattutto di dare l’impressione che i vantaggi sussistano solo per la Svizzera. Invece è un fatto: di Schengen approfittano entrambe le parti – e in determinati settori l’UE addirittura più della Svizzera (per esempio i dati, che le autorità svizzere preposte alla sicurezza inseriscono nel sistema di informazione di Schengen, sono di qualità molto migliore che non quella dei dati che la Svizzera può richiamare). Le grida di allarme in merito a una possibile esclusione da Schengen sono il frutto di arzigogoli fluttuanti nel vuoto. Contraddicono qualsiasi realtà politica ed economica. Dr. Andreas Burckhardt, membro del comitato direttivo di economiesuisse: «La minaccia con Schengen è veramente bizzarra. La decisione sul mantenimento dell’Accordo è una decisione politica, non giuridica. L’UE ha ogni interesse a che la Svizzera resti nello spazio di Schengen.»

 

Contatto
Luca Filippini
Presidente della CIT Comunità di interessi del tiro svizzero
079 401 75 73 | info@diktat-ue-no.ch

 

 

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